
Le Letture MemorizzArte rappresentano il punto di incontro tra la ricerca accademica e le strategie pratiche per comprendere e potenziare la memoria. In questa pagina, condivido approfondimenti, saggi e articoli tematici che ho scelto per esplorare ii tema della memoria (e dell'oblio) attraverso un prisma multidisciplinare, dalla psicologia alle neuroscienze, dalla filosofia alla letteratura.
Ogni testo si conclude con le riflessioni di Mnemofantina, la mascotte di MemorizzArte: è lei, con la sua voce semplice e disarmante, a offrire la chiave per cogliere come la teoria possa tradursi in pratica, mostrando l’efficacia dell’arte della memoria nella vita di tutti i giorni.

C’è un paradosso che tutti conosciamo. In certi momenti della vita ricordiamo tutto con una precisione quasi dolorosa: dove eravamo, cosa è stato detto, perfino dettagli apparentemente insignificanti. In altre situazioni – un esame, una presentazione, una conversazione importante – la memoria sembra invece tradirci proprio quando ne avremmo più bisogno. Questo non accade per caso. È il modo in cui ansia e stress influenzano il funzionamento della memoria, secondo la linea interpretativa proposta da Robert Sapolsky in Perché alle zebre non viene l’ulcera.
La prima cosa da chiarire è che la memoria non è un meccanismo unico e uniforme. Esistono forme diverse di memoria e non tutte reagiscono allo stesso modo all’ansia. Alcune riguardano il mantenimento immediato delle informazioni, altre la conservazione nel tempo; alcune sono legate a fatti ed episodi, altre alle abilità che utilizziamo senza doverle pensare. Quando l’ansia entra in gioco, non colpisce tutto allo stesso modo, ed è proprio questa differenza a spiegare molti dei paradossi dell’esperienza quotidiana.
Esiste infatti un primo volto dell’ansia, che potremmo definire attivante. Un livello moderato e temporaneo di ansia rende la mente più vigile, più selettiva, più pronta a registrare ciò che conta. In queste condizioni ricordiamo meglio, soprattutto ciò che ha un valore emotivo o personale. È per questo che certi eventi restano impressi con grande vividezza: non perché la memoria diventi improvvisamente più potente, ma perché l’attenzione è massima e il momento viene marcato come importante. In questo senso, una certa dose di ansia è funzionale: aiuta a imparare e a fissare i ricordi.
Lo stesso meccanismo, però, oltre una certa soglia si ribalta. Quando l’ansia diventa intensa, soprattutto nelle situazioni in cui ci sentiamo giudicati o messi alla prova, la memoria inizia a funzionare peggio. È l’esperienza ben nota del “ce l’ho sulla punta della lingua”: sappiamo di sapere qualcosa, ma non riusciamo a richiamarlo. Qui non è il ricordo a mancare, è l’accesso al ricordo che si blocca. Come sottolinea Sapolsky, lo stress non cancella ciò che abbiamo appreso, ma rende più difficile raggiungerlo nel momento in cui serve.
C’è poi un terzo volto dell’ansia, il più insidioso, che emerge quando non si tratta più di uno stato passeggero ma di una condizione abituale. Un’ansia continua e anticipatoria, che accompagna la vita quotidiana, finisce per logorare le capacità cognitive nel loro insieme. In questo caso non parliamo solo di vuoti momentanei, ma di una memoria meno flessibile, di una mente che fatica a organizzare, collegare, lasciare andare. I pensieri tendono a ripetersi, l’attenzione si restringe, il ricordo perde fluidità.
Il rapporto tra ansia e memoria segue dunque una dinamica chiara, che Sapolsky descrive in termini di equilibrio: non è una questione di bene o male, ma di misura e di durata. Poca ansia porta a una scarsa attivazione, troppa ansia porta al blocco, una quantità intermedia favorisce il funzionamento ottimale. L’ansia diventa problematica quando si prolunga oltre il necessario e quando continua ad attivarsi in assenza di un reale pericolo.
In sintesi, l’ansia ha più volti rispetto alla memoria, ed è questo il cuore della tesi sviluppata in Perché alle zebre non viene l’ulcera. Può essere uno stimolo che accende l’attenzione e rafforza il ricordo; può trasformarsi in un ostacolo che impedisce di recuperare ciò che sappiamo; può infine diventare un fattore di usura quando si stabilizza nel tempo. La mente è progettata per affrontare situazioni intense e poi tornare a uno stato di equilibrio. Il problema nasce quando viviamo come se ogni giorno fosse un’emergenza, continuando a correre anche quando non c’è più nulla da cui fuggire.

Ho capito una cosa importante: se l’ansia diventa un "leone" che mi insegue, la mia mente chiude i rubinetti e addio memoria! Per questo studio le mnemotecniche: mi servono a restare calma e a proteggere la codifica delle informazioni. Così, quando arriva il momento del recupero, non rischio di avere tutto "sulla punta della lingua" solo perché ho scambiato un esame per un predatore feroce!

Quando l’ansia accende e quando spegne la memoria
C’è un paradosso che tutti conosciamo. In certi momenti della vita ricordiamo tutto con una precisione quasi dolorosa: dove eravamo, cosa è stato detto, perfino dettagli apparentemente insignificanti. In altre situazioni – un esame, una presentazione, una conversazione importante – la memoria sembra invece tradirci proprio quando ne avremmo più bisogno. Questo non accade per caso. È il modo in cui ansia e stress influenzano il funzionamento della memoria, secondo la linea interpretativa proposta da Robert Sapolsky in Perché alle zebre non viene l’ulcera.
La prima cosa da chiarire è che la memoria non è un meccanismo unico e uniforme. Esistono forme diverse di memoria e non tutte reagiscono allo stesso modo all’ansia. Alcune riguardano il mantenimento immediato delle informazioni, altre la conservazione nel tempo; alcune sono legate a fatti ed episodi, altre alle abilità che utilizziamo senza doverle pensare. Quando l’ansia entra in gioco, non colpisce tutto allo stesso modo, ed è proprio questa differenza a spiegare molti dei paradossi dell’esperienza quotidiana.
Esiste infatti un primo volto dell’ansia, che potremmo definire attivante. Un livello moderato e temporaneo di ansia rende la mente più vigile, più selettiva, più pronta a registrare ciò che conta. In queste condizioni ricordiamo meglio, soprattutto ciò che ha un valore emotivo o personale. È per questo che certi eventi restano impressi con grande vividezza: non perché la memoria diventi improvvisamente più potente, ma perché l’attenzione è massima e il momento viene marcato come importante. In questo senso, una certa dose di ansia è funzionale: aiuta a imparare e a fissare i ricordi.
Lo stesso meccanismo, però, oltre una certa soglia si ribalta. Quando l’ansia diventa intensa, soprattutto nelle situazioni in cui ci sentiamo giudicati o messi alla prova, la memoria inizia a funzionare peggio. È l’esperienza ben nota del “ce l’ho sulla punta della lingua”: sappiamo di sapere qualcosa, ma non riusciamo a richiamarlo. Qui non è il ricordo a mancare, è l’accesso al ricordo che si blocca. Come sottolinea Sapolsky, lo stress non cancella ciò che abbiamo appreso, ma rende più difficile raggiungerlo nel momento in cui serve.
C’è poi un terzo volto dell’ansia, il più insidioso, che emerge quando non si tratta più di uno stato passeggero ma di una condizione abituale. Un’ansia continua e anticipatoria, che accompagna la vita quotidiana, finisce per logorare le capacità cognitive nel loro insieme. In questo caso non parliamo solo di vuoti momentanei, ma di una memoria meno flessibile, di una mente che fatica a organizzare, collegare, lasciare andare. I pensieri tendono a ripetersi, l’attenzione si restringe, il ricordo perde fluidità.
Il rapporto tra ansia e memoria segue dunque una dinamica chiara, che Sapolsky descrive in termini di equilibrio: non è una questione di bene o male, ma di misura e di durata. Poca ansia porta a una scarsa attivazione, troppa ansia porta al blocco, una quantità intermedia favorisce il funzionamento ottimale. L’ansia diventa problematica quando si prolunga oltre il necessario e quando continua ad attivarsi in assenza di un reale pericolo.
In sintesi, l’ansia ha più volti rispetto alla memoria, ed è questo il cuore della tesi sviluppata in Perché alle zebre non viene l’ulcera. Può essere uno stimolo che accende l’attenzione e rafforza il ricordo; può trasformarsi in un ostacolo che impedisce di recuperare ciò che sappiamo; può infine diventare un fattore di usura quando si stabilizza nel tempo. La mente è progettata per affrontare situazioni intense e poi tornare a uno stato di equilibrio. Il problema nasce quando viviamo come se ogni giorno fosse un’emergenza, continuando a correre anche quando non c’è più nulla da cui fuggire.

Ho capito una cosa importante: se voglio ricordare bene, la mia mente deve esserci davvero. Per questo voglio imparare sempre meglio le mnemotecniche. Non mi servono solo a ricordare più cose, ma aiutano a stare davvero attenti e a fare due cose fondamentali: registrare bene le informazioni (il professore la chiama "codifica") per poi ritrovarle quando mi serviranno (il "recupero"). Quando le uso, non faccio le cose in automatico e non rischio di perdere... il mio Stradivari!
